Omelia nella Messa del Crisma – 1° aprile 2026

Annunciatori di una Buona Notizia

Cattedrale Santa Maria Assunta di Pesaro

Fratelli e sorelle,

è con gioia che siamo qui a celebrare la Messa del Crisma dove prende forma, anche visibilmente, l’unità della Chiesa, in quanto Popolo messianico convocato nella comunione trinitaria del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Per il secondo anno consecutivo facciamo l’esperienza di un’unica celebrazione che unisce i presbitèri di Pesaro e di Urbino, celebrando ad anni alterni nelle rispettive cattedrali: grazie a tutti di questa disponibilità a mettersi in “movimento”.

Tutti, ministri ordinati e fedeli laici nella varietà dei ministeri e dei carismi, costituiamo l’unico Popolo di Dio in cammino verso il compimento del Regno. Il battesimo, la confermazione e l’Eucaristia fanno di tutti noi, innestati in Cristo e animati dalla linfa vitale del suo Spirito, un solo corpo. A questa realtà di mistero e di comunione che è la Chiesa, a cui per grazia partecipiamo, è affidata una grande missione: quella di essere “in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen gentium 1).

In questo nostro tempo incerto, caratterizzato da gravi e sempre più estesi conflitti che disgregano la famiglia umana, da frammentazione, da polarizzazioni estreme, da manifestazioni di odio e violenza nelle relazioni interpersonali, è più che mai necessario essere consapevoli – come Popolo di Dio, come Chiesa – dell’urgenza della missione che ci è affidata.

Come ci sentiamo davanti alle sfide del tempo presente? Cosa proviamo: angoscia, impotenza, rassegnazione? Ci rendiamo conto di essere depositari, custodi e testimoni di un lieto annuncio, di una buona notizia, di cui Gesù è compimento, come ha annunciato nella sinagoga di Nazareth, inaugurando il Regno con la sua presenza in mezzo a noi?

Siamo discepoli di Gesù Cristo crocifisso e risorto, chiamati a seguire le sue orme, guidati dalla fede pasquale che afferma che in Lui la morte è vinta per sempre; e che anche la ferita più profonda può diventare feritoia attraverso la quale può passare una nuova luce.

Permettetemi a questo punto di citare due esempi.

Tutti siamo rimasti colpiti dal gravissimo episodio di aggressione avvenuto qualche giorno fa nel bergamasco ai danni di un’insegnante, accoltellata da parte di un alunno di soli tredici anni. Commovente è la lettera che Chiara Mocchi – questo è il nome della professoressa – ha dettato due giorni dopo dal letto dell’ospedale. Tra le altre cose ha scritto: “questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte”. Non una parola di rabbia, ma un invito a fare di più come scuola, come comunità unita nel manifestare più cura verso i ragazzi che fanno fatica e, aggiunge, “come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché. Come non lo sapranno i suoi genitori”. Non so a voi, ma a me questo fatto fa gustare “profumo” di Pasqua.

Un altro fatto, tratto dalla cronaca drammatica dei nostri tempi, ci parla di passione e risurrezione. Siamo nel sud del Libano: il 9 marzo 2026 padre Pierre Al-Rahi, parroco di San Giorgio in Qlaya, deciso a rimanere accanto alla sua gente che non vuole lasciare le proprie case nonostante l’ordine di evacuazione della difesa israeliana, si precipita a soccorrere due parrocchiani rimasti feriti da un colpo di artiglieria; mentre è sul posto insieme ad altri soccorritori un secondo colpo lo raggiunge e lo ferisce a morte. Appena due ore prima aveva rilasciato un’intervista alla locale emittente cristiana Télé Lumière dove, tra le altre, aveva pronunciato le seguenti parole: “In mezzo ai bombardamenti con ogni sorta di armi, le armi in nostro possesso rimangono la fede, il desiderio di pace e la speranza nella risurrezione dopo l’attuale passione”. La fede pasquale lo ha spinto ad amare i suoi fino alla fine: un esempio di pastore che offre la vita per il proprio gregge.

Scrive l’Apostolo Pietro: “Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa” (1Pt 2,9).

Partecipi della consacrazione di Cristo, Unto dal Padre con l’unzione dello Spirito Santo, siamo perciò chiamati ad essere testimoni nel mondo della sua salvezza, cantando “in eterno l’amore del Signore”.

Di questo il mondo ha bisogno e questo il mondo attende: non possiamo trattenere per noi la Buona Notizia. Afferma San Paolo VI nell’Evangelii nuntiandi che è un diritto degli uomini ricevere dall’evangelizzatore l’annuncio della Buona Novella della salvezza. E aggiunge: “gli uomini potranno salvarsi anche per altri sentieri, grazie alla misericordia di Dio, benché noi non annunziamo loro il Vangelo; ma potremo noi salvarci se, per negligenza, per paura, per vergogna o in conseguenza di idee false, trascuriamo di annunziarlo? Perché questo sarebbe allora tradire la chiamata di Dio che, per bocca dei ministri del Vangelo, vuole far germinare la semente; dipenderà da noi che questa diventi un albero e produca tutto il suo frutto” (EN, n.80).

Se abbiamo il profumo di Cristo in noi, se siamo partecipi della sua unzione nello Spirito, effondiamo il buon odore di Vangelo, con le parole, ma ancor più con la vita. Amen.

 

Foto di Franco Galluzzi