Carissimi fratelli e sorelle, carissimo vescovo Claudio Giuliodori, carissimi presbiteri e diaconi, carissimi familiari e amici dei nostri sacerdoti defunti, ci ritroviamo oggi in Cattedrale con il cuore segnato da un dolore singolare: accompagniamo al Signore don Germano e don Roberto, due sacerdoti della nostra diocesi chiamati alla casa del Padre a poche ore di distanza l’uno dall’altro, dopo un lungo e difficile percorso di malattia. Proprio in questa chiesa è iniziato il loro ministero con l’ordinazione presbiterale: don Roberto il 14 agosto 1982 e don Germano il 3 settembre 1988. La loro morte ravvicinata ci ha sorpresi e commossi; ma, nella luce della fede, ci invita anche a leggere la loro vita come una testimonianza di dono, di fedeltà e di speranza.
Proprio oggi la Chiesa fa memoria di san Giovanni Maria Vianney, il Santo Curato d’Ars. Di lui ci raggiunge una parola forte e luminosa: «Se comprendessimo bene che cos’è un prete sulla terra, moriremmo: non di spavento, ma di amore». Non è una frase retorica. È lo stupore di un cuore che ha intuito che il sacerdote non appartiene anzitutto a sé stesso: è preso da Cristo, configurato a Lui, mandato perché la misericordia di Dio raggiunga il suo popolo.
Oggi questa parola risuona davanti ai feretri di don Germano e don Roberto. Non ci chiede di idealizzare, né di dimenticare la fragilità umana che accompagna ogni persona chiamata al ministero. Ci chiede piuttosto di guardare più in profondità. In ogni sacerdote, anche quando il corpo si indebolisce, anche quando la parola si fa più povera, anche quando l’attività pastorale deve cedere il passo alla prova, e perfino quando la preghiera diventa più faticosa, rimane il segno di una chiamata: essere per gli altri, essere con Cristo, essere nel cuore della Chiesa.
La malattia, che entrambi hanno conosciuto a lungo e in modo faticoso, non è stata una parentesi estranea al loro sacerdozio. È diventata, misteriosamente, un altare nascosto. Le parole di san Paolo ai Romani ci raggiungono oggi con una forza particolare: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?». Noi potremmo aggiungere, con pudore e verità: forse la malattia, la debolezza, il lento consumarsi delle forze? L’Apostolo risponde: «In tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati». Quando non si può più fare molto, resta ancora la possibilità più grande: lasciarsi amare da Cristo e offrire tutto in Lui.
Don Germano e don Roberto hanno conosciuto la prova non come uomini sottratti alla fragilità, ma come discepoli chiamati a rimanere nell’amore. Il ministero, negli anni della salute, li ha portati ad annunciare, celebrare, accompagnare, consolare. Negli anni della malattia, forse in modo ancora più nascosto, li ha portati a testimoniare che l’amore di Cristo non viene meno quando viene meno la forza del corpo. Nessuna creatura, ci ricorda Paolo, potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù. Questa è la parola che oggi consegniamo alla nostra fede e alle nostre lacrime.
Per questo oggi non diciamo solo addio. Diciamo grazie. Grazie per la Parola annunciata, per le Messe celebrate, per le confessioni ascoltate, per le visite fatte, per le parole dette e per quelle taciute, per le fatiche pastorali portate nel segreto, per le mani che hanno benedetto, assolto e spezzato il Pane della vita. Grazie anche per l’ultima predica, forse la più discreta e la più evangelica: quella della debolezza vissuta senza separarsi dal Signore. Nella visita a don Roberto, il 18 luglio, abbiamo pregato insieme e l’ho benedetto: era molto stanco e provato, ma si è affidato al Signore. Con don Germano, il giorno prima della sua partenza, ho vissuto un incontro particolarmente commovente: ha desiderato ricevere i sacramenti e il Viatico. Insieme abbiamo ricordato la parola di Giobbe: «Nudo uscii dal grembo di mia madre e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto: sia benedetto il nome del Signore». E anche lui si è consegnato pienamente nelle mani di Dio.
La loro partenza quasi contemporanea parla anche al nostro presbiterio. Ci ricorda che non siamo uomini isolati, ma fratelli dentro una comunione. Siamo stati ordinati non per camminare da soli, ma per servire insieme il popolo santo di Dio. Anche nella morte, don Germano e don Roberto sembrano consegnarci un appello: custoditevi gli uni gli altri, pregate gli uni per gli altri, non lasciate che la fatica diventi solitudine, non lasciate che il ministero perda il sapore della fraternità.
Ai familiari che sono stati accanto a don Germano e don Roberto, soprattutto nel tempo della malattia, e alle comunità che li hanno conosciuti e amati, vorrei dire: la gratitudine della Chiesa è più grande di quanto le parole possano esprimere. Voi avete condiviso con loro affetti, attese, preoccupazioni, giorni di forza e giorni di prova. Ora li affidiamo insieme al Padre, certi che nulla di ciò che è stato vissuto nell’amore va perduto.
Il Vangelo secondo Marco ci conduce dentro il mistero pasquale nella sua interezza. Prima ci fa sostare sul Golgota, nell’ora più oscura, quando Gesù grida: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». È il grido del Figlio che entra fino in fondo nella notte dell’uomo, nella solitudine, nella paura, nel silenzio della morte. E proprio lì, davanti a quel corpo crocifisso, il centurione pagano riconosce: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!». La gloria di Dio si rivela nell’amore consegnato, nella vita donata fino alla fine.
Marco, tuttavia, non ci lascia davanti alla pietra della tomba. All’alba del primo giorno dopo il sabato, le donne vanno al sepolcro e ascoltano l’annuncio che cambia la storia: «Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui». Il Risorto non cancella le ferite del Crocifisso; le trasfigura. Per questo possiamo accompagnare don Germano e don Roberto non solo con il dolore del congedo, ma con la speranza cristiana: essi non entrano nel nulla, ma nelle mani di Colui che hanno annunciato, servito e invocato tante volte sull’altare.
Affidiamoli dunque alla misericordia del Signore. Se la croce ci fa dire con verità il peso della perdita, il sepolcro vuoto ci impedisce di chiudere la vita dentro la morte. Chiediamo che siano accolti nella liturgia del cielo, dove non c’è più malattia, né stanchezza, né morte, ma solo la pienezza dell’amore. E chiediamo per noi, Chiesa di Pesaro, la grazia di credere fino in fondo alla parola dell’Apostolo: né morte né vita, né presente né avvenire, nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù, nostro Signore.
E proprio qui, davanti a don Germano e don Roberto, non possiamo evitare una domanda: chi prenderà il loro posto? Chi raccoglierà il testimone del Vangelo, dell’altare, della misericordia? La nostra Chiesa di Pesaro ha bisogno di pastori. Ha bisogno di uomini che dicano sì al Signore senza rimandare, che consegnino la vita per Cristo e per i fratelli, che non abbiano paura di diventare preti per servire il popolo di Dio. Per questo la nostra preghiera, oggi, deve farsi più ardente: Signore Gesù, Sommo ed eterno Sacerdote, chiama ancora; dona alla nostra Chiesa nuovi sacerdoti; apri il cuore dei giovani alla tua voce; rendi le nostre famiglie e le nostre comunità capaci di custodire e accompagnare ogni vocazione. San Giovanni Maria Vianney, patrono dei sacerdoti in cura d’anime, interceda per don Germano, per don Roberto e per tutti noi. Maria, Madre dei sacerdoti, li accompagni all’incontro con il Figlio. Tu, Signore Gesù, accogli questi tuoi servi e di’ a ciascuno di loro: «Vieni, servo buono e fedele, entra nella gioia del tuo Signore».
Amen.
+ Sandro Salvucci